Modelli matematici per la democrazia

Grafico ottenuto nell'applicazione del "design of experiments"Abbiamo già dedicato un’intervista all’Ing. Leonello Zaquini qualche settimana fa, nella quale ci ha illustrato le caratteristiche salienti del sistema democratico della Svizzera, paese in cui risiede. Imprenditore nel settore dell’ottimizzazione industriale, Zaquini ha una lunga esperienza nell’analisi statistica di fenomeni complessi ed è Professore Onorario dell’Università di Scienze Applicate della Svizzera Occidentale. In questo breve articolo di approfondimento ci esporrà una sua idea innovativa e stimolante.

Nel tuo lavoro fai largo impiego di modelli matematici per analizzare sistemi complessi;  perché proponi di applicarli anche nell’ambito della democrazia?

I problemi sociali e politici sono di certo “problemi complessi”, nel senso che il risultato dipende da molti fattori ed i fattori interagiscono tra di loro.

Penso quindi che la creazione dei modelli empirico matematici sarebbe adatta per aiutare ad individuare le decisioni migliori, ma soprattutto per definire meglio ed ottimizzare gli strumenti stessi della democrazia.

Sto cercando ad esempio di utilizzarli per analizzare le strutture della democrazia e della democrazia diretta, in modo da poterne mettere in evidenza i probabili vantaggi, ma anche individuare le forme più opportune di applicazione. 

Cosa intendi di preciso per “problemi complessi”?

Appena sono arrivato in Svizzera mi sono trovato a dover affrontare e risolvere problemi di industriali (specialmente orologiai) che i tecnici del settore non erano riusciti a risolvere. Una delle caratteristiche interessanti del sistema universitario Svizzero (ed anche di quello tedesco) è infatti il collegamento con l’industria e l’aiuto concreto che i professori di discipline tecniche e scientifiche sono tenuti a fornire nella risoluzione di problemi reali.  Messo di fronte a tanti di questi problemi, mi è apparso evidente che spesso avevano un’origine simile: di fronte ad un problema gli esperti della materia fanno prove modificando, uno alla volta, i diversi fattori che ritengono possano influire sul risultato. Ma non sempre questo porta ad un risultato.

Prendiamo un esempio, in un settore diverso da quello dove opero io, ma chiaro per tutti: ipotizziamo che il problema sia la scarsa resa di una cultura agricola. L’agricoltore sa che è possibile intervenire fornendo più acqua, più fertilizzante azotato o più fosforo e potassio alla cultura. Fornendo solo acqua o solo fertilizzante però le piante possono addirittura ridurre la propria produttività: spesso hanno bisogno di un apporto bilanciato dei diversi fattori. Il “Design of experiments”, a cui sono ascrivibili alcuni dei metodi che utilizzo, è nato proprio dall’analisi di problemi agricoli.  Anche nei problemi industriali, in alcuni casi, la soluzione può essere trovata solo intervenendo su diversi fattori contemporaneamente e non su un solo fattore alla volta. 

Come conviene procedere per risolvere un problema complesso?

Come funziona il Design of ExperimentsIn questi casi invece di fare prove per trovare il fattore che genera il problema, occorre raccogliere dati al variare dei diversi fattori, per creare un modello empirico–matematico della realtà. Il modello permette di simulare la realtà. Mediante il modello si può esaminare sia l’influenza dei singoli fattori sul risultato, ma anche le interazioni tra i fattori.

Così facendo ho potuto risolvere problemi insoluti da anni scoprendo che il fattore miracoloso a lungo ricercato non esisteva, ma che il problema era comunque risolvibile agendo contemporaneamente su 4 o 5 fattori, dei 10 o 20 su cui gli esperti avevano provato ad intervenire.

Come pensi di valutare gli strumenti democratici usando questi modelli? Come stabilire quale sia in questi casi il risultato da ottenere?

Occorre premettere che di studi statistici sulla democrazia ed anche sulla democrazia diretta ne esistono già. In genere i ricercatori in questo campo si sono sforzati di individuare e misurare correlazioni tra diversi fattori, come per esempio democrazia – economia, oppure anche considerando fattori di tipo culturale come : democrazia – religione protestante o cattolica. Ho però l’impressione di poter proporre metodi e criteri nuovi di indagine, basati soprattutto sulla creazione di modelli empirico-matematici.

Questi modelli possono essere usati, ad esempio, per valutare la “qualità” di una legge approvata facendo o meno ricorso a strumenti di democrazia diretta e partecipativa. 

Appurare la “qualità” di una legge, non è facile, ma si potrebbero effettuare delle indagini chiedendo direttamente un’opinione ai cittadini. Certamente questo è un metodo lungo e costoso. Un metodo più semplice potrebbe essere quello misurare quanti anni una legge rimane in vigore. Si può ipotizzare che se una legge è stata scritta bene, con lungimiranza e consenso popolare, difficilmente ci sarà bisogno di modificarla nel breve termine. Un esempio: che le leggi elettorali in Italia siano fatte male lo si può dedurre constatando che vengono cambiate frequentemente. La legge sul divorzio invece, ratificata dal voto popolare, non mi risulta abbia avuto tante modifiche. 

E quali sono in questo caso i fattori “in ingresso” del modello, insomma l’equivalente di acqua e fertilizzante per una pianta?

Oltre all’esistenza di strumenti di ratifica o partecipazione popolare, la qualità della legge può dipendere da elementi culturali e conoscitivi. Ad esempio bisognerebbe considerare se coloro che hanno approvato la legge disponevano di informazioni necessarie (come quelle esposte dal “libretto delle votazioni” di cui ho parlato nella precedente intervista).  

Un’idea da cui partire potrebbe essere quella di mettere a confronto la durata delle leggi cantonali nei diversi cantoni svizzeri. Ogni cantone infatti ha strumenti decisionali un po’ diversi, ma anche significative differenze culturali, demografiche, religiose, linguistiche ed economiche.

Mettiamo che alla fine tu riesca a dimostrare matematicamente, per così dire, la “superiorità” della democrazia diretta e partecipativa. Credi che questo farebbe cambiare idea ai politici?

La mia opinione è che le forze politiche non siano interessate tanto alla ricerca del “bene collettivo”, quanto piuttosto ai risultati elettorali futuri.

D’altra parte penso che comprovare la bontà di certe scelte politiche attraverso l’uso della scienza e della matematica, sia una strada da percorrere, quando possibile. L’opinione pubblica è infatti sempre più attenta a questo tipo di indagini. 

Cosa ti serve per portare avanti il tuo progetto?

Ritengo che il lavoro, essendo multidisciplinare, dovrebbe coinvolgere specialisti di diversi settori. La raccolta di dati è di certo laboriosa e necessiterebbe il sostegno di enti pubblici o quanto meno l’accesso ai loro dati. Se vi fossero ricercatori interessati a collaborare potremo provare anche a partecipare ad un bando di finanziamento.

Speriamo che riuscirai presto a trovare ciò di cui hai bisogno! E tienici al corrente dei risultati. Grazie e a presto!

Nicola Giulietti

Ingegnere Energetico ed Ambientale, consulente in ambito di innovazione e sostenibilità, startupper; nel 2011 è stato uno dei fondatori dell'Associazione Tecnologie Democratiche. Conduce una vita nomade, generalmente lo si può avvistare nella zona compresa tra il Piemonte e l'Umbria.

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