Frontiere e sfide della E-democracy

La democrazia digitale rappresenta un mito: partiti e partitini, singoli programmatori illuminati, gruppi di ricerca indipendenti e associazioni, Fondazioni e università, qualche istituzione locale lungimirante, anche alcune aziende private, spinti dalle motivazioni più diverse (per lo più, ma non tutte e non sempre puramente filantropiche), rappresentano all’incirca la variegata compagine che ormai a livello internazionale si è lanciata alla conquista del Far-west della partecipazione e deliberazione online, alla ricerca dell’applicazione che salverà la democrazia.

C’è fermento sul tema ed è un fatto senz’altro positivo: la degenerazione della politica o meglio il suo stanco languire all’interno di usurati schemi fondati su promesse disattese, conflitti d’interesse e privilegi dei pochi a danni dei molti, in questo caso fungono da volano del malcontento, incanalando i bollori sociali entro i collettori delle più diverse piattaforme di partecipazione e deliberazione online.

Parole del secolo scorso sembrano quanto mai attuali, scriveva così Adriano Olivetti nel suo saggio del 1949 intitolato Democrazia senza partiti: “All’alba di un mondo che speravamo nuovo, in un tempo difficile e duro, molte illusioni sono cadute, molte occasioni sfuggite perché i nostri legislatori hanno guardato al passato e hanno mancato di coerenza o di coraggio. L’Italia procede ancora nel compromesso, nei vecchi sistemi del trasformismo politico, del potere burocratico, delle grandi promesse, dei grandi piani e delle modeste realizzazioni.

Riconosciamo francamente una mancanza di idee, una carenza di uomini, una crisi di partiti.”.

Continua Olivetti: ”Nel primo dopoguerra, aveva allora 18 anni, Piero Gobetti così descriveva la stessa gravissima situazione: «Gli schemi in cui si svolge la vita politica nostra (i partiti) non consentono agli uomini sufficiente vitalità. Gli uomini cercano, nella vita pratica, realtà ideali concrete che comprendano i loro bisogni e le loro esigenze. Oggi i partiti si sono limitati a formule vaste e imprecise, da cui nulla si può logicamente e chiaramente dedurre. [...] Nella vita attuale dei partiti di concreto c’è solo un circolo pernicioso per cui gli uomini rovinano i partiti, e i partiti non aiutano il progresso degli uomini. [...] Le idee, insomma, in cui le forze si inquadrano, i partiti, sono rimasti addietro di un secolo. E gli uomini ci stanno a disagio. La storia va innanzi: gli uomini con essa. Gli schemi non possono restare gli stessi. Se non si liquidano, se rimangono, vanno soggetti nella pratica realtà alla deformazione che su di essi operano i singoli, favoriscono la disorganizzazione, la confusione, essi che per organizzare e sistemare erano sorti»”.

Oggigiorno Facebook non basta più, o forse non è mai bastato (tranne le dovute ed eclatanti eccezioni), ma come tutti gli strumenti che dischiudono una strada nuova, è un elemento ormai imprescindibile per la maggioranza dei cittadini virtuali abitatori del web.

Ritengo che molti utenti animatori di Facebook si siano resi conto dei limiti del social network per antonomasia e siano altresì frustrati e stufi di riversare fiumi di parole su bacheche sterminate, senza tuttavia vedere la propria voce aggregarsi in una proposta condivisa che abbia la forza di travalicare il mondo della realtà virtuale per produrre un risultato socialmente rilevante, proprio laddove ci siano delle resistenze al cambiamento.

Quali sono ad oggi le sfide della E-democracy ? Moltissime e ancora aperte.

Citerò un breve elenco non esaustivo, con l’itento di fornire una panoramica propedeutica a stimolare l’indagine e l’approfondimento personali:

  • la certificazione delle identità dei partecipanti ed il valore legale delle votazioni online: rappresentano due fattori imprescindibili al fine di determinare un’effettiva integrazione della E-democracy nei processi istituzionali. L’attribuzione di un valore giuridicamente attendibile alle identità presenti sulle varie piattaforme, così come ai voti espressi dagli utenti medesimi, dovrà con ogni probabilità passare per l’adozione di tecnologie e strumenti già esistenti e riconosciuti dalle normative vigenti, italiane ed internazionali, andando a prevedere l’uso di certificati digitali qualificati e l’intermediazione di Certification Authorities accreditate, che svolgano pertanto la funzione di garanzia e attendibilità sufficienti a che le istituzioni possano permettersi di considerarle, accoglierle ed eventualmente svilupparle e realizzarle. Il principio guida dev’essere: “Giochiamo secondo le regole e da queste ricaviamone forza, credibilità, attendibilità”. Ad oggi nella Pubblica Amministrazione è stato sviluppato il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) che potrebbe configurarsi come un Identity Provider che certifica gli utenti con valore legale. Attualmente il suo limite è che solo le applicazioni della Pubblica Amministrazione possono dotarsi di questa certificazione utente e si attende che venga reso disponibile anche per applicazioni private.

  • la facilitazione implica onestà intellettuale nell’integrare opinioni e contributi divergenti dai propri, sensibilità e capacità di ascolto di chi espone un punto di vista diverso, competenza e cultura specifiche rispetto al tema per il quale ci si è proposti in qualità di redattore, pensiero critico, proprietà di linguaggio e di comprensione del testo tali da consentire la redazione di sintesi fedeli al pensiero di tutti i partecipanti, evitando le distorsioni generate da un’arbitraria e deleteria reinterpretazione dei contenuti altrui. L'arte della politica le cui virtù dovrebbero appartenere ad ogni individuo è essenziale per la democrazia, come scriveva Bernard Crick nel 1963 nel suo classico “Difesa della politica”; essa è un'arte basata su virtù come prudenza, conciliazione, compromesso e adattabilità.
    Questo punto rappresenta una criticità potenzialmente enorme in un processo di redazione di una proposta che si possa considerare attendibile ed efficace.
    Quando questi requisiti umani e culturali vengono soddisfatti e confluiscono nel redattore modello o in un gruppo di redattori affiatati, sensibili, rispettosi e competenti, il miracolo della sinergia e della deliberazione consensuale si manifesta in tutto il suo splendore.

  • il coinvolgimento degli stakeholders per il giusto ambito: questo punto implica l’ideazione di un flusso di discussione che garantisca o quantomeno attribuisca un valore ponderato, riferibile al grado di partecipazione di tutti gli stakeholders (soggetti interessati al problema o coinvolti a livello di impatto e quindi di conseguenze da esso derivanti). Entrano qui in gioco fattori piuttosto difficili da gestire come la tutela delle minoranze e la determinazione dell’insieme di cittadini da coinvolgere (il criterio dell’area geografica e dell’iscrizione anagrafica riferita al territorio di competenza giuridico-istituzionale, non è sufficiente, basti pensare alla problematica inerente l’ipotetica realizzazione di un inceneritore con annessa discarica entro il confine territoriale di competenza del comune X, ma con impatto sui comuni limitrofi o potenzialmente su territori ancora più vasti).

  • L’attribuzione di un peso matematico differente ai voti espressi dagli aventi diritto (il dilemma “dell’uno vale uno”), sulla base di vari fattori quali la competenza rispetto al tema in esame, il livello d’impatto delle conseguenze sui vari stakeholders, l’area geografica di appartenenza, la presenza o meno di un coefficiente di voto delegato ad altre persone. Anche qui risulta evidente che le sfide filosofiche, prim’ancora che matematiche, sociologiche e giuridiche, non manchino.

  • La gestione della competenza e della reputazione degli utenti: tutti non possono parlare di tutto con lo stesso livello di attendibilità, la competenza rispetto a tematiche o branche della conoscenza andrebbe certificata o quantomeno collegialmente attribuita e documentata? La meritocrazia dovrebbe essere un criterio ammissibile (o auspicabile) per l’individuazione degli utenti maggiormente capaci nel redigere la sintesi delle proposte, quelli che si dimostrano capaci di rispettare e rappresentare le voci di tutti ? Come determinare algoritmi il più possibile equi ed al contempo incentivanti secondo i criteri della gamification? E’ filosoficamente ammissibile un modello deliberativo basato sulla merito-democrazia ?

  • L’interfacciamento con le istituzioni: questo è un altro punto focale che porta con sè molte sfide legate per esempio agli Open e Big Data, standard d’interoperabilità e di sicurezza strettamente informatiche, necessità di adozione di protocolli di drafting normativo (es. akomantoso) per l’interazione con gli organi istituzionali, la necessità di porsi come soggetti superpartes, rispetto alla scena politica di riferimento, e di risultare credibili e in grado di fornire adeguati e garantiti livelli di servizio.

  • Il ruolo effettivo della E-democracy nel contesto degli organi istituzionali esistenti: Può davvero la democrazia partecipativa online sostituirsi a Camere e Parlamenti ? E’ auspicabile che lo faccia ? Sarebbe un modello migliore o peggiore dell’esistente ? Può agire con potere consultivo e propositivo ma cosa fare nel caso le sue deliberazioni provenissero da una minoranza dei cittadini aventi diritto di voto in quel contesto ? La E-democracy può agire in affiancamento paritetico o in regime di subalternità rispetto agli organi istituzionali rappresentativi? E' più adatta ad essere impiegata in ambito locale? Può essere impiegata laddove i costi delle alternative istituzionali sono troppo onerosi? Può essere usato come incentivo alla partecipazione da parte dei più giovani?

  • Il problema della tracciabilità degli esiti delle deliberazioni e delle votazioni online: occorre prevedere degli strumenti di "follow up" che consentano di gestire il project planning e il project management delle proposte, andando a dettagliare chi deve fare cosa, a quale prezzo, entro quali tempi, ecc. creando così uno strumento operativo e d’informazione che coinvolga i cittadini e gli enti privati così come le istituzioni, dialogando su un terreno comune costituito da normali e consolidati criteri di gestione d’impresa ma affini anche alla gestione di una semplice economia domestica.
    Occorre anche rendere tracciabili le votazioni effettuate implementando un meccanismo di auditable voting e garantire poi l’autenticità (del votante rispetto al voto), la non alterabilità (dell’azione di voto rispetto alle preferenze espresse) e il non ripudio (la possibilità di disconoscere il voto dopo averlo “firmato” e autenticato). L’operazione di auditing dovrebbe essere accessibile potenzialmente a tutti gli utenti per tutti i voti durante una sessione di votazione considerata. Attualmente sono state sviluppate numerose applicazioni per permettere la votazione e lo spoglio in maniera anonima come ad esempio helios voting.

  • Il problema della gestione dei problemi complessi: se immaginiamo di dover discutere il rinnovamento di un’area pubblica degradata, diciamo per esempio un quartiere, risulta evidente che il  problema, per poter essere trattato in modo adeguato, dovrà essere scomposto in sottoproblemi (e relative sottoproposte di soluzione come per es. costruire un parco pubblico, una scuola, un’area giochi per i bambini ed una per i cani, ecc.) mentre poi, una volta approvati alcuni progetti (es. la scuola) ci si dovrebbe addentrare nei dettagli di ciascuna idea emersa con sufficiente consenso (es. come costruire il tetto, gli impianti elettrici e idraulici, gestire la conformità alle normative, arredare i locali, ecc.).
    Pertanto si rende necessario sfruttare degli strumenti che consentano di scomporre i macro problemi in sottoinsiemi, mantenendo i legami tra i vari elementi, consentendone la tracciabilità pre e post delibera, così come la votazione e discussione indipendente ma correlata.

  • Il problema del fact checking e dell’attendibilità delle informazioni: sappiamo bene come questo problema coinvolga da sempre tutti gli organi ed i media informativi, anche attraverso il fenomeno delle fake news. Basta citare un articolo dalla parvenza scientifica per condizionare il giudizio degli sprovveduti, si possono spacciare per certezze null’altro che ipotesi, si può insinuare senza indizi e suggerire interpretazioni intellettualmente disoneste, marcatamente di parte o fondate sul pregiudizio, le varianti qui sono molte. Per sgombrare il campo da strumentalizzazioni e deformazioni varie in questo contesto si tratterebbe di implementare quei vecchi, solidi e sani principi propri del pensiero critico e del metodo scientifico, coadiuvandoli con le best practices proprie del codice deontologico dei giornalisti: attenersi ai fatti, se possibile dimostrarli, citare le fonti e tutelarne l’anonimato se richiesto. Il progetto europero FANDANGO si sta cimentando con questa problematica e sta cercando di risolverla applicando l'intellgenza artificiale per testare l'attendibilità di una fonte.

  • Il problema dell’autoregolamentazione democratica dei gruppi: questa problematica riguarda la possibilità di impostare delle meta-policy o meta-regolamenti che consentano a ciascun gruppo presente sulla piattaforma di online deliberation, di definire ruoli, parametri di voto, autorizzazioni e linee di condotta virtuose inizialmente decise dagli amministratori del gruppo stesso all’atto della sua costituzione. Oltre a questo, si sta cercando di affrontare la problematica sperimentando sistemi di gamification per rendere più coinvolgente la partecipazione, più chiare le regole e gli obbiettivi del gruppo. Questo processo dalla parvenza avveneristica trova in realtà il suo predecessore filosofico nel gioco di società Nomic e nelle idee di Peter Suber.

  • La gestione dei grandi numeri a livello di partecipazione: grandi numeri implicano un volume di contributi da gestire potenzialmente enorme, con un prevedibile livello di overflow per i redattori, che dovrebbero crescere in maniera proporzionale, evitando le edit wars e riuscendo ad aggregare e canalizzare le idee maggiormente condivise all’interno di differenti e alternative proposte di soluzione.
    Tutto ciò comporta anche la necessità di sviluppare una tecnologia efficace in grado di evitare la proliferazione di proposte doppie o semanticamente affini, allo scopo di evitare la dispersione dell’intelligenza collettiva in rivoli di discussione ignari l’uno dell’altro.
    Infine si rende necessario ideare meccanismi in grado di filtrare sempre meglio il cosiddetto “suono” rispetto al “rumore” della conversazione, al fine di determinare rapidamente quale contenuto sia costruttivo (anche in senso critico) e quale invece rappresenti un generico commento non utile all’evoluzione della proposta, evoluzione che si immagina per definizione essere  finalizzata ad una sempre crescente attendibilità, esaustività, comprensibilità e ipotetica efficacia e vicinanza rispetto allo stato dell’arte esistente sul  tema considerato.
    Se i software di E-democracy saranno o meno in grado di realizzare un modello di Deliberative opinion poll,  perfezionato e scalabile per grandi volumi di partecipanti, superando di fatto il modello del professor James S. Fishkin della Stanford University, che lo teorizzò nel 1988, sarà una delle sfide più interessanti cui prendere parte nel prossimo futuro.

Marino Tilatti

Web Developer, esperto di ottimizzazione sui motori di ricerca (SEO), web marketing web design e usabilità. Appassionato di E-Democracy e cofondatore dell'associazione Tecnologie Democratiche.

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